Dalla domanda di un nostro lettore:
«Perchè la maggior parte delle palestre fitness dotate di piscine, lussuosi centri benessere ecc costituiscono varie società sportive dilettantistiche con partita iva e fatturano onerosi abbonamenti a queste società che se non erro la normativa dice che non devono avere scopo di lucro? da una mia indagine caserreccia risulta che almmeno il 90% delle palestre italiane ha costituito società sportive dilettantistiche. Grazie in anticipo della risposta»
Cerchiamo di rispondere con esempi pratici. Persone Oneste è una associazione di promozione sociale senza fini di lucro. In pratica, anziché essere una società di capitali che presuppone uno o più proprietari, è una società di persone che eleggono i propri rappresentanti e decidono di non intascarsi gli (eventuali) proventi delle attività associative ma di reinvestirli per gli scopi sociali che si sono dati. Grazie a questi vincoli che ci siamo imposti, possiamo usufruire di una legislazione particolare, che ci consente di essere considerati "enti non commerciali", e quindi di non dover aprire una partita IVA se le nostre attività sono destinate prioritariamente ai nostri soci, oppure di doverla aprire con regime "agevolato" o "semplificato" nel caso di attività economiche verso terzi. Nel caso ad esempio delle "associazioni sportive dilettantistiche", disciplinate dalla legge n. 398/91, è previsto una determinazione forfetaria sia del reddito imponibile che dell’IVA da versare, nonché l’esonero dagli adempimenti contabili.
Questi vantaggi sono assolutamente eccezionali rispetto alle norme in vigore per gli enti commerciali. Per questo la legge prevede una serie di vincoli da inserire sugli statuti di queste società, in modo che non ne venga alterata la natura non commerciale: divieto di distribuire dividendi, devoluzione obbligatoria di tutto il patrimonio a fini sociali in caso di scioglimento, principi democratici e trasparenti nell'elezione delle cariche sociali, ecc.
Purtroppo i vantaggi fiscali tendono a far sì che molti si approfittino della formula "enti non commerciali" per eludere il più possibile il carico fiscale. Lo stratagemma più semplice è quello della doppia società: se ad esempio voglio metter su una palestra fitness, anziché creare una sola impresa di tipo commerciale (e quindi pagare le imposte su tutte le entrate che ne derivano), ne creo due: una commerciale che è titolare di attrezzature, immobili, ecc., e una invece di tipo non commerciale in cui alcune persone "fidate" dichiarano di costituirsi con finalità sociali di benessere fisico e sportivo e quant'altro. A quel punto l'utente che si iscrive alla palestra in realtà si associa all'associazione sportiva, alla quale paga la sua quota sociale e la retta mensile o annuale. La società sportiva si accolla tutte le spese di gestione (utenze, stipendi, ecc), che sono quindi condotte in regime fiscale e contabile agevolato. E paga a me che sono il titolare delle strutture la retta stabilita, senza che io debba tenere alcuna contabilità delle spese di gestione e con un carico fiscale sensibilmente ridotto. Questo sistema è consolidato non solo per quanto riguarda le associazioni sportive dilettantistiche, ma anche bar e ristoranti (i cosidetti "circoli" dove non potresti entrare senza tessera), piscine e impianti sportivi, strutture ricettive e di animazione turistica, ecc.
Ora bisogna dire che non siamo ancora nell'illegalità: se effettivamente le persone accettano di associarsi a queste condizioni e tutte le norme vengono rispettate è difficile stabilire quale sia il confine fra socialità ed elusione. Ma qui subentra la differenza fra una società di comodo e una società di persone genuina: il coinvolgimento dei propri soci. Se infatti una associazione sportiva dilettantistica operasse in maniera trasparente, all'atto di iscrizione di un nuovo socio sarebbe tenuta a consegnargli copia del proprio statuto, e a renderlo informato su tutte le norme interne di gestione. Ad esempio un nuovo socio potrebbe voler sapere come vengono impiegati i propri soldi, oppure vorrebbe candidarsi come presidente, o ancora vorrebbe rinegoziare le condizioni stabilite con il fornitore delle strutture, ed eventualmente trovare un nuovo fornitore... Tutte possibilità che risulterebbero devastanti per il titolare dell'ente commerciale, che quindi si guarda bene dall'accettare nuovi soci "pericolosi" e a rendere trasparente la gestione della società.
Sempre per ovviare a queste noie, molti gestori creano una categoria di utenti "non soci", che hanno quindi ridotto potere associativo ma che sono comunque tenuti a pagare rette annuali. Cosa che è ovviamente consentita, ma che non esonera la società a fornire copia dello statuto al nuovo associato. Anche perché il sistema della doppia società addossa un rischio enorme a carico dell'utente: se la società sportiva dilettantistica fallisce (o viene fatta fallire...), non essendo proprietaria di nessun bene materiale lascia i propri utenti con le pive nel sacco, e senza la possibilità di restituirgli le rette già pagate, mentre il titolare delle strutture non ci rimette un soldo...
Insomma, sebbene esista un ampio dibattito sugli aspetti leciti ed illeciti dei regimi fiscali agevolati per le associazioni senza scopo di lucro, e sebbene non tocchi a noi indicare la soluzione del problema, ci preme suggerire un criterio di interpretazione per i nostri lettori: diffidate di quelle associazioni che tengono ben nascosto il proprio statuto...



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