A parlar sempre di reati di corruzione, si rischia una sorta i assuefazione tale da farci dimenticare quali siano le origine e conseguenze di questi reati. Ci pensano quindi Andrea Boitani e Marco Ponti a ricordarcelo in un articolo pubblicato su Lavoce.info, di cui riportiamo un efficace estratto:
<<La gravità della crisi economica ovviamente suggerisce di affrettare i tempi intercorrenti tra l’approvazione delle opere da parte degli organismi politici e l’inizio dei lavori. Purtroppo, spesso la prima vittima della fretta è la competizione: le gare per l’affidamento dei lavori fanno perdere tempo... Inoltre la fretta sarebbe forse giustificata nel caso di “piccole” opere, con impatti occupazionali ravvicinati nel tempo; in caso di “grandi opere” occorrerebbe comunque verificare se il “vulnus” determinato dalla ridotta competizione sia compensato da sostanziali anticipazioni dell’apertura dei cantieri, che consentano di aprirli in un arco temporale con reali contenuti anticiclici, perché per esempio, passare da tre a due anni servirebbe a poco. Il “vulnus” poi rischia di diventare permanente: se si estende, di nuovo a titolo di esempio, l’in house per i lavori dei concessionari autostradali, sarà difficile tornare in futuro a un contesto più competitivo.
Ma la competizione è un forte antidoto alla corruzione. E il motivo appare abbastanza evidente. In un contesto di affidamenti competitivi, la sorveglianza sulla correttezza delle gare è effettuata da due attori: la magistratura dedicata e i concorrenti stessi, che sono spesso e per ragioni intuibili molto attenti a non perdere gare, sempre costose, a causa di illeciti. Questa accresciuta attenzione, come è ovvio, è un deterrente in sé.
La competizione rende poi tecnicamente molto costosa la corruzione: occorre comunque fare prezzi relativamente bassi per vincere, e anche disporre di risorse extra per corrompere. La trasparenza associata ai meccanismi di competizione è un bene da tutelare con cura se è vero, come ha scritto il presidente della Corte dei Conti, che “là dove manca la trasparenza si genera il cono d’ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l’intervento del giudice penale”.>>



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