A seguito del nostro articolo, segnaliamo questo significativo post di un nostro utente registrato sul forum.
In Italia esistono oltre 800 catene di franchising, con oltre 50.000 punti vendita ed un giro di affari annuale di 21.000 miliardi di euro (dati estratti da Assofranchising). Ma non vogliamo qui tessere le lodi di un settore ormai così importante nel nostro sistema economico. Preferiamo piuttosto approfondire il non detto del franchising all'italiana, spesso caratterizzato da forme di disonestà che incrinano alla base un rapporto economico che dovrebbe al contrario fondarsi su solidi rapporti di fiducia reciproca.
Chi frega e chi si sente fregato: un serpente che si morde la coda...
Il Franchisor è sostanzialmente un produttore che affida la distribuzione del proprio prodotto/servizio a dei partner commerciali. Il Franchisor ha solitamente inventato (e spesso brevettato) uno strumento, un marchio, un servizio particolare che mette a disposizione dei propri partner dietro un pagamento iniziale (il cosidetto "fee di ingresso") e che continuerà ad erogare dietro un contributo periodico da parte del partner, detto anche Franchisee. Questo contributo viene solitamente parametrato sul fatturato del Franchisee, e viene giustificato solitamente, oltre che dalla fornitura del servizio stesso, anche dal beneficio per il Franchisee delle campagne pubblicitarie, dai corsi di aggiornamento, dai miglioramenti continui dei prodotti e servizi erogati.
E qui comincia già ad innestarsi uno dei tipici vizi italiani: far promesse che poi non verranno mantenute. Poco importa se per malafede o per incompetenza (e si badi bene che nei rapporti economici la sfortuna non c'entra quasi mai...): il Franchisor che non rispetta i patti e non è in grado di esaudire le aspettative dei propri partner correrà inevitabilmente il rischio di venir percepito come uno che vuole "fregare" i propri partner, che si sentiranno i "polli da spennare" della situazione. Di fatto il Franchisor non è e non deve essere il genio che ha inventato l'idea del secolo sulla quale arricchirsi in attesa di incassare royalty: il Franchisor è un fornitore che si impegna a fornire in maniere continuativa beni e servizi di qualità ai propri partner, in vista di un obiettivo comune di fatturato e di espansione sul mercato. E invece troppo spesso capitano situazioni di Franchisor che gonfiano i prezzi di ingresso e i contributi periodici a fronte di servizi scadenti o non continuativi, senza che venga effettuato un reale investimento sulla formazione continua dei propri partner.
Ma la parte del "cattivo" non sempre viene giocata dal Franchisor: spesso le forme di disonestà hanno origine proprio dal Franchisee, il quale mette in atto tutte le strategie possibili per ridurre i contributi da erogare al Franchisor e per aumentare i margini di guadagno: incassi al nero (per ridurre il contributo calcolato sul fatturato), materiali sfruttati oltre i limiti imposti dal Franchisor (è il caso ad esempio dell'olio per le patatine fritte usato ben oltre le più elementari norme igienico/alimentari), acquisto di beni da parte di fornitori terzi non autorizzati dal franchisor (magari per contenere i costi a fronte di qualità più scadente).
Inevitabilmente col tempo i rapporti si logorano e le parti si irrigidiscono sulle proprie posizioni: se tu provi a fregare me, io sono autorizzato a fregare te... Ovviamente, da bravi italiani, cerchiamo spesso anche il compromesso. Ad esempio capita spesso che, vista la nostra tendenza "congenita" ad evadere il fisco, il Franchisor si attrezzi per calcolare i contributi da percepire da parte del Franchisee non tanto sulla base del fatturato, bensì sulla base di altri parametri, come ad esmpio le unità di bene venduto calcolate sulla base di un software gestionale obbligatorio per il partner e che rende così conto delle quantità vendute, indipendentemente dagli scontrini fiscali effettivamente battuti. E da questa necessità, di cui il Franchisor tenta di far virtù, il passo è breve per creare addirittura sistemi facilitati per la tenuta di una doppia contabilità (quella reale e quella dichiarata), in un gioco fra le parti in cui il primo a rimetterci è ovviamente il fisco e, di conseguenza, il cittadino in generale.
Sulla scia di queste premesse, il franchising all'italiana corre quindi troppo spesso il rischio di trasformarsi in un rapporto di conflittualità latente, caratterizzato da rapporti opachi e elusivi, anziché onesti e trasparenti come la formula contrattuale imporrebbe (e come peraltro in moltri altri paesi viene regolarmente applicata). E si badi bene: non certo per colpa della formula del franchising, ma per colpa ovviamente dei nostri tanti malcostumi egoistici e disonesti. Con un danno fra l'altro incalcolabile anche per chi il franchising lo fa per bene, nel pieno rispetto delle regole e con competenza e lungimiranza.
Si raccontano persino incredibili paradossi di vita vissuta: emblematico il caso del racconto di un franchisee di una catena di videoteche secondo il quale, dopo anni di rapporti ormai logorati con la casa madre, effettuava ordini moltiplicati per tre: se voleva una copia dvd di un determinato film da mettere a noleggio, doveva ordinarne almeno tre, perché se ne avesse ordinato una sola copia il Franchisor non gliela avrebbe quasi sicuramente fornita, in un gioco al ribasso nel quale alla fine ci rimettevano entrambi...



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