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Intervista - Andrea Leccese

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Domenica 11 Gennaio 2009 11:09

copertinaAndrea Leccese è l'autore del saggio "Le basi morali dell'evasione fiscale", pubblicato da Armando editore e già recensito da Persone Oneste. Abbiamo contattato l'Autore per una intervista sul tema "onestà ed evasione fiscale", che riportiamo integralmente.

D - Leccese, nel suo libro lei si chiede come sia possibile che oggi in Italia l’evasione fiscale sia non solo tanto diffusa e capillare, ma anche sostanzialmente accettata e sfacciatamente esibita. Come è stata accolta la sua pubblicazione?

R – Il mio è un libro che va controcorrente. In questi anni è di moda l’invettiva antipolitica. Io penso che dobbiamo smetterla di processare il Palazzo, di sputare sul potere, senza guardarci allo specchio. Diciamocelo pure: gli italiani non sono molto meglio della classe politica che li rappresenta. I politici della Casta non vengono da Marte. E la società che protesta per il malcostume dei parlamentari è la stessa che produce milioni di evasori, usurai e truffatori. È la stessa società nella quale prosperano le più potenti organizzazioni criminali del mondo. È la stessa società con livelli di corruzione da “repubblica delle banane”.

D - Qual è secondo lei il rapporto fra evasione fiscale ed onestà? In una situazione di fatto dove l'evasione fiscale viene considerata quasi legittima se non doverosa, è possibile immaginare che molti evasori si considerino a loro modo "onesti"?

R – Il saggio è dedicato proprio alle persone oneste. Una felice coincidenza. Purtroppo, nel Belpaese, gli onesti contribuenti rischiano persino di essere derisi. Masochisti che non sono altro! Certo, perché gli evasori si considerano “innocenti evasori”. Essi non solo non si vergognano, ma molto spesso sono addirittura orgogliosi del loro comportamento. Ma non c’è da meravigliarsi. Alla base di questo atteggiamento vi è quella mentalità pubblica che Edward C. Banfield aveva definito “familismo amorale”, e che continua purtroppo a dominare la nostra società. La psicologia del familista amorale consiste nella incapacità di agire per il bene comune o, addirittura, per qualsivoglia fine diverso dall’interesse immediato del nucleo familiare. Così, i valori e gli interessi della famiglia finiscono con il contrapporsi a quelli della società e dello Stato. Disposto a cooperare soltanto in vista di un proprio tornaconto, il familista amorale, secondo Banfield, segue questa regola generale: «massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo». Va da sé quale sia l’implicazione di questa regola di vita, in campo fiscale: il familista evade, supponendo che tutti gli altri facciano lo stesso. Invero, capita spesso di sentire qualcosa del genere: «Evado perché tengo famiglia; del resto, così fan tutti».

D – In Italia, dunque, l’evasione fiscale è di massa. Lei scrive che si tratta di un fenomeno incompatibile con la democrazia. In che senso?

R – Il Fisco è la pietra angolare del nostro sistema democratico. Senza soldi, non si canta messa. Senza imposte, non può funzionare lo stato sociale. La Repubblica disegnata nella Carta Costituzionale è uno Stato che interviene nell’economia con l’obiettivo di fondare una società decente, nella quale venga tutelata la dignità di tutti, in considerazione del valore incommensurabile della persona umana. Evidente l’influenza della dottrina sociale della Chiesa, e delle migliori pulsioni socialiste. I nostri Padri Costituenti non credevano nella “mano invisibile” del mercato, non si fidavano del capitalismo “sbrigliato”, senza regole. E avevano perfettamente ragione, se consideriamo la crisi dei nostri giorni… Perciò, la Repubblica ha il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3, comma 2, Cost.). Per realizzare questo principio di “uguaglianza sostanziale”, sono necessarie quelle risorse che vengono raccolte grazie alle entrate tributarie. Infatti, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53 Cost.). Il dovere tributario fa parte di quei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” di cui art. 2 della Costituzione. Per tirare le somme, l’adempimento tributario acquista il significato di una concreta partecipazione del cittadino alla vita democratica. In questo senso, le tasse sono davvero “una cosa bellissima”.

D - Nel nostro paese l’evasione fiscale si impara da giovani: i primi lavoretti sono quasi sempre al nero, le associazioni sportive si finanziano spesso con meccanismi sommersi, le compravendite su internet sono svolte solitamente ai margini delle più elementari norme fiscali. Si può parlare secondo lei di una diffusa “educazione all’illegalità”?

R – Banfield, nel saggio “Le basi morali di una società arretrata”, ha descritto come nelle famiglie contadine lucane della metà del secolo scorso venisse apprezzata la furbizia dei bambini. Essa infatti era considerata dai genitori un’arma per la sopravvivenza e per il successo nella società piena di insidie. L’inganno e il mancato rispetto delle regole da parte dei bambini erano interpretati come segno di vivacità e di intelligenza. Perciò i genitori erano spesso propensi a perdonare. Da allora, poco è cambiato, giacché la furbizia continua ad essere la principale virtù nazionale, coltivata con cura nelle famiglie e nei luoghi di lavoro. In tutti gli strati della popolazione è diffusa e consolidata l’idea di poter costruire il reddito attraverso azioni illegali. Basta guardarsi intorno per percepire quanto sia sofferta la relazione tra le persone e le regole. Diciamocelo: in Italia la vera rivoluzione sarebbe applicare la legge. Le tensioni familistiche dominano su tutto. La famiglia viene prima del diritto. Per questo la legalità è una chimera, un fantasma. In un contesto del genere, la vita è difficile per gli onesti. Gli onesti e i bene educati sono molto spesso malvisti, derisi, emarginati, trasferiti in sedi non ambite. Hanno la certezza di non fare carriera. E perché? Perché rispettano le regole e non rubano. Presuntuosi! Snob che non sono altro! Qualche volta, diventano “eroi”, come i vari Livatino, Falcone, Borsellino… Vere le parole di Piercamillo Davigo: «All’estero ci vuole coraggio per commettere un reato, in Italia ci vuole coraggio per rimanere onesti».

D - Recentemente la nostra authority sulla privacy si è espressa contro la pubblicazione dei dati sui contribuenti italiani. Non si corre il rischio di giustificare con il diritto alla privacy la volontà di nascondere meglio la propria evasione fiscale?

R – La pubblicazione dei redditi dichiarati, in un paese serio, non susciterebbe alcuna polemica. Non sarebbe neppure una notizia. Invece, nel Belpaese, apriti cielo! E come sempre da una parte i favorevoli, e dall’altra i contrari. Tradotto: un fiume di vaniloqui. Secondo alcuni, la sistematica pubblicazione dei redditi favorirebbe un controllo sociale molto utile nella lotta all’evasione. A tal proposito, nutro serie perplessità. Infatti, molto spesso, nel nostro paese si assiste piuttosto alla “trasparenza dell’opacità”. “Tu non vedi me, ed io non vedo te”. Secondo altri, invece, tanta pubblicità sarebbe stata un aiuto alle varie anonime sequestri. Ma non mi pare che i sequestri di persona siano un’altra “emergenza nazionale”. Questi signori comunque mostrano di non conoscere bene le organizzazioni criminali, che non hanno certo bisogno dei dati dell’Agenzia delle Entrate per scegliere le loro vittime. Riguardo al Garante della Privacy, mi pare che qui la privacy c’entri come i cavoli a merenda.

D - In Italia l'evasione fiscale non è solo una questione di persone ma anche di aziende. In molti casi l'alibi dell'impresa che evade consiste nel sostenere che siccome i suoi concorrenti evadono, si è costretti ad evadere per non rimanere schiacciati dalla concorrenza sleale. Come giudica tale argomentazione?

R – I contribuenti onesti subiscono anche la concorrenza sleale di chi evade. Questo è un altro ottimo motivo per combattere sempre più tenacemente l’evasione fiscale.

D - In altri paesi europei sono stati introdotti sistemi sanzionatori proporzionati al reddito dichiarato. In Italia qualsiasi sperimentazione è compromessa in partenza da spaventosi livelli di evasione fiscale e di economia sommersa, difficili persino da quantificare. Per quanto secondo lei dovremo ancora sopportare un simile fardello prima di poter affrontare serie politiche di redistribuzione del reddito?

R – Certo. Da noi rischiamo anche di vedere il ferrarista con la social card ! Nella “terra dei cachi”, sistemi sanzionatori proporzionati al reddito dichiarato comporterebbero una doppia ingiustizia. L’onesto contribuente non solo pagherebbe più imposte, ma verrebbe anche punito più severamente. E sarebbe troppo. “Est modus in rebus”, si diceva un tempo. Lei mi chiede per quanto tempo ancora dovremo sopportare un’ evasione fiscale di queste dimensioni. Ci vorrà del tempo, e soprattutto la ferrea volontà dei governanti. Certamente ha ragione chi sostiene che serve più deterrenza. È vero: servono controlli più efficaci. Ancora Banfield: “In una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qual volta non vi sia ragione di temere una punizione”. Però, bisogna anche spiegare meglio ai cittadini il perché dell’imposizione tributaria, con parole comprensibili, e con il diritto di essere informati su come si spende il denaro pubblico. La comunicazione è fondamentale. Ma soprattutto, è necessario contrastare l’ethos del “familismo amorale”, che costituisce un grave ostacolo al progresso ed alla democrazia. Come fare? Non è facile. Si tratta di una mentalità pubblica consolidata nei secoli, che, per sua natura, risulta vischiosa e resistente. Ma vale la pena tentare. Bisogna senza dubbio promuovere una più ampia condivisione dei valori contenuti nella Carta Costituzionale, che è ancora una miniera da cui attingere risorse preziose per la convivenza democratica. E si può partire da un più incisivo insegnamento della Costituzione nelle scuole, come volevano i nostri padri costituenti. I giovani potrebbero contribuire alla diffusione dei valori della Repubblica, con risultati eccezionali. Così si potranno davvero formare dei cittadini “praticanti”, meno avvezzi all’infedeltà fiscale.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 29 Giugno 2010 06:44 )
 

Commenti 

 
0 #1 andrea 2009-07-24 11:35 Di assoluto rilievo il concetto di familismo amorale, che calza perfettamente con la nostra quotidiana esperienza.

Concordo anche sulla comunicazione circa il come vengono spesi, i soldi delle tasse, sullo spiegare ai cittadini che noi siamo lo stato, che quest'ultimo non va visto come un'entità distante e non trasparente.

In ogni caso, la fiducia nella classe politica è il primo elemento necessario per poter parlare con la nazione di "sacrifici".

Complimenti,
andrea
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